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Referendum a Roma del prossimo 11 novembre: per un buon servizio pubblico di trasporto votiamo sì

Il referendum sul trasporto pubblico a Roma

Domenica 11 novembre si svolgerà a Roma il referendum consultivo sul trasporto pubblico locale promosso dal comitato “Mobilitiamo Roma”.

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Il referendum consentirà ai cittadini di dare un parere rilevante sul problema più importante di Roma.

 

Da ATAC un servizio inaccettabile

Il trasporto pubblico a Roma funziona male. Il monopolio ATAC è ormai insostenibile ed è causa di malessere quotidiano della città. Esso oggi produce oggi 84 milioni di Km all’anno, invece dei 101 previsti nel contratto di servizio con il Comune e dei 120 del passato. Negli ultimi venti anni il servizio è stato ridotto di circa il 30% in media, che significa riduzioni del 50-60% in periferia. Questa riduzione è assolutamente inaccettabile, soprattutto per una città priva di una rete metropolitana all’altezza della sua dimensione e della sua funzione di Capitale.

L’ATAC offre ai romani meno di quanto sarebbe possibile con le attuali risorse comunali, è una struttura burocratico-corporativa che consuma le risorse al proprio interno e solo quello che avanza va ai cittadini come servizio.

 

Le gare sono la norma

Il ricorso alle gare europee è l’unico strumento che può abbassare i costi e aumentare le percorrenze degli autobus e la qualità del servizio.  Le leggi vigenti sul trasporto pubblico locale infatti prevedono che le gare debbano svolgersi entro il mese di dicembre 2019. I comuni inadempienti subiranno una penalizzazione economica che a Roma può arrivare a un centinaio di milioni.

Le gare non sono una soluzione estrema, ma semplicemente la regola prevista dalla normativa europea e italiana da più di vent’anni. I servizi di trasporto sono già oggi affidati con gara a Milano, Torino, Trieste, Bologna, Firenze e Perugia, così come in decine di altre città minori.

 

La separazione tra funzioni garantisce l’interesse pubblico e la socialità del servizio

La liberalizzazione prevede la separazione tra le funzioni di regolazione (la rete, gli standard, le tariffe e gli impianti) e le funzioni di produzione (la guida dei mezzi e la manutenzione).

Le prime costituiscono il valore sociale del servizio e restano sotto il controllo pubblico; le seconde invece sono attività industriali da migliorare mediante la concorrenza tra privati.

Cosa fa un cittadino che decide di utilizzare il mezzo pubblico? Per prima cosa si dota di un biglietto e fa i conti con la tariffazione; poi cerca una fermata vicina e verifica l’accessibilità del servizio; in attesa alla fermata misura la frequenza di passaggio dei mezzi; infine, lungo il percorso ha bisogno di cambiare mezzo per arrivare a destinazione e si deve orientare nella rete integrata.

E’ bene chiarire che la normativa europea, nazionale e regionale prevedono che questi quattro aspetti – tariffazione, accessibilità, frequenza, rete, che definiscono il servizio pubblico – sono e restano di competenza dell’amministrazione comunale. Se sono ben gestite il nuovo utente sarà soddisfatto, mentre non cambierà nulla se l’autista che produce il trasporto è un dipendente pubblico o privato.

 

Liberalizzare, non privatizzare

Ma non basta dire gare. Sara decisivi gestire bene le gare per rafforzare l’interesse pubblico ed evitare un monopolio privato. sta qui la differenza tra liberalizzazione e privatizzazione.

Per questo è fondamentale che, come prevede il quesito del referendum, il servizio sia affidato su diversi lotti a diversi operatori. La produzione non dovrebbe essere in mano ad un unico gestore monopolista.

I diversi lotti fanno in modo che nessuno abbia la possibilità di ricattare l’autorità pubblica minacciando il blocco del servizio per ottenere condizioni di favore. Gli operatori che vincono i lotti delle gare devono fornire i servizi in base a costi, quantità e qualità definiti nei contratti, pena severe sanzioni da parte del Comune fino a eventuali rescissioni.

L’esperienza del gestore privato Roma TPL, che già oggi gestisce quasi un quarto del servizio di superficie di Roma è emblematico. A fronte di un servizio nettamente più affidabile (a differenza di ATAC svolge quasi integralmente il servizio previsto dal contratto) e molto più economico di quello di ATAC, Roma TPL non si comporta correttamente con i suoi dipendenti. Ma, essendo l’unico gestore privato ed essendo impensabile sostituirlo con ATAC per i costi insostenibili che ciò comporterebbe, il Comune è costretto a tenerselo fino alla prossima gara, prevista entro l’anno. Fortunatamente la prossima gara sarà su due lotti.

 

Rafforzare l’Agenzia, tutelare il patrimonio

La legge ed i contratti di lavoro garantiscono il posto di lavoro e gli attuali stipendi degli autisti e degli operai, ma non dei dirigenti. Per ricostruire il principio di organizzazione oggi smarrito in ATAC è necessario rinnovare il management.

La liberalizzazione richiede invece un rafforzamento del soggetto pubblico che dovrà garantire nei fatti il carattere sociale del servizio e non a parole come avviene nell’attuale gestione monopolistica. Esso dovrà avere la nuova forma di Agenzia, che si costituirà assorbendo le agenzie esistenti, per dar vita ad una moderna tecnostruttura pubblica capace di pianificare il trasporto di tutta l’area metropolitana e di gestire i contratti di fornitura con i privati.

Anche il patrimonio – i depositi dei bus, la rete metro e tramviaria, i parcheggi di scambio, i treni della metro – va mantenuto in mani pubbliche, preservandone la sua natura e l’impatto sulle scelte di trasporto e urbanistiche.

 

Separare la gestione dal debito

L’ATAC si trova sull’orlo dell’abisso e non rimarrà stabile nei prossimi anni. Ha un debito di 1,5 miliardi di euro ed è già sottoposta ad un concordato che può portare al completo fallimento. Se non si cambia il modello di gestione del trasporto pubblico romano probabilmente sarà svenduta a un privato senza alcuna garanzia.

Va invece nettamente separata la gestione del debito dal servizio: il debito è un problema creato dal Comune e dalla sua azienda, che va gestito con la valorizzazione del patrimonio e risorse ad hoc; è una zavorra insostenibile, frutto di errori passati, che non si può ancora far gravare sul servizio di trasporto.

 

La scelta del sì al referendum

Per evitare una privatizzazione selvaggia occorre una vittoria del Sì al referendum. Il nostro obiettivo è la liberalizzazione per costruire un nuovo modello di governo del trasporto pubblico romano che rafforzi il controllo pubblico e migliori la qualità del servizio.

Una visione ambiziosa per la mobilità a Roma

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La crisi ATAC è il principale problema del governo di Roma, così inizia la sintesi che lo Stesso Walter Tocci fa del suo ultimo saggio intitolato “La crisi dell’ATAC, le scelte sbagliate e le soluzioni possibili”. Un saggio che, partendo dalla crisi devastante dell’ATAC, ci spiega la ben più grave crisi della mobilità nella Capitale. Due facce della stessa medaglia, che vanno ad aggravare una situazione comunque inaccettabile determinata da una dotazione infrastrutturale assolutamente non all’altezza delle necessità di una capitale, di una città metropolitana di 4 milioni di abitanti.

Roma ha bisogno di valorizzare meglio le infrastrutture esistenti, di renderle davvero interoperabili, ma soprattutto di potenziarle vigorosamente, con nuove metropolitane, nuove ferrovie nell’area metropolitana, nuove stazioni su quelle esistenti, nuove tramvie per completare la maglia.

Ma ha bisogno anche di rivedere e ristrutturare profondamente la propria rete su gomma, nel breve periodo per tamponare la mancanza di infrastrutture, nel lungo per alimentarla e sfruttarla al meglio. Con scelte coraggiose e davvero innovative, valorizzando al meglio le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie telematiche.

Ed ha ovviamente bisogno che i propri servizi di trasporto siano gestiti bene, che siano affidabili, regolari e puntuali e che siano pagati il giusto, perché gli sprechi sono anche pagare troppo un servizio che si potrebbe pagare meno: o, se volete, avere più servizio con gli stessi soldi.

Tutto ciò si può fare. Si possono trovare i soldi per realizzare le infrastrutture, come si trovano in qualunque paese civile, e si può organizzare meglio il servizio, nel rispetto dei legittimi interessi dei lavoratori del settore.

Per farlo occorre, però, avere una visione. Una visione ambiziosa e adeguata alla scala di una grande metropoli. Per attuarla davvero occorrono gli strumenti per pianificare, progettare, controllare, promuovere le infrastrutture e i servizi. Pensando non solo ai servizi tradizionali, ma anche a quelli innovativi, come il car sharing, il bike sharing, i taxi collettivi, servizi che possono apparire marginali, ma che sono fondamentali per rendere davvero possibile rinunciare all’auto privata e liberare le nostre strade garage da centinaia di migliaia di inutili auto, come sta avvenendo a Milano. E per arrivare agli standard delle grandi metropoli europee dove ci sono la metà delle auto in proporzione agli abitanti rispetto a quelle che ci sono a Roma. Parliamo quindi di quasi un milione di auto di troppo!

Oggi nulla di tutto questo c’è a Roma. In nessuna grande metropoli d’Europa e del Mondo il tema è il rischio del fallimento della propria azienda dei trasporti. In nessuna di queste città si pensa di risolvere i problemi della mobilità con interventi al ribasso come i moncherini tramviari di due chilometri o le due strisce di preferenziali.

Occorre una svolta radicale e una strategia ambiziosa per riorganizzare la mobilità dell’area metropolitana di Roma e della Capitale, con il concorso di tutte le istituzioni interessate, i Municipi, il Comune, la Città metropolitana, la Regione e lo Stato.

Simone Gragnani

Roma: se città non fa rima con mobilità

Roma, non da oggi, è una città in cui sono male organizzati e carenti i servizi e le infrastrutture di mobilità. E’ una costatazione che ogni cittadino può fare a partire dalle sue esperienze quotidiane, ma che è ancor più evidente se si fa il confronto con altre capitali europee, come Berlino, Londra, Parigi.

La città futura che immaginiamo fa rima con la mobilità. Ne parleremo Domenica 20 maggio, alle 18.30, nella “Biblioteca condominiale al Cortile” di Via G. da Castelbolognese 30, Scala C, con Simone Gragnani, Antonio del Palazzo dei Ferrovieri e Walter Tocci.

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Il voto ai partiti a Roma nel 2016 e nel 2018, in vista delle elezioni del III e VIII Municipio

Nei giorni scorsi, nel sito de “l’Italia che verrà”, è stata pubblicata l’analisi del voto a Roma alle elezioni politiche e regionali nel 2018 di Federico Tomassi nella quale sono approfondite le dinamiche del voto alle coalizioni.

Alle elezioni politiche, nel complesso della città, è la coalizione di centrodestra (composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia) a vincere con il 31%, con un forte incremento rispetto alle precedenti elezioni che gli ha permesso di avere un vantaggio di mezzo punto percentuale sul M5S e di circa tre punti sul centrosinistra.

Alle elezioni regionali, invece, vi è la riconferma di Zingaretti alla presidenza della Regione, nello stesso giorno in cui la coalizione di centrosinistra era sconfitta nelle elezioni politiche e nonostante che le liste che lo sostenevano (PD, LeU, +Europa, Insieme, Centro Solidale e Lista Civica) abbiano avuto meno voti di quelle del centrodestra. Da quando è stata introdotta l’elezione diretta, è la prima volta che avviene nel Lazio la rielezione del presidente in carica.

A Roma, alle elezioni regionali, il centrosinistra vince con oltre il 37% dei voti, superando di circa 10 punti percentuali il centrodestra e il M5S, che si fermano rispettivamente al 28% e al 26%. L’andamento dei consensi per il centrosinistra è nettamente decrescente man mano che ci si allontana dal centro della città. Tuttavia, a differenza dei risultati della Camera, il candidato del centrosinistra prevale non solo nei quartieri più centrali (49%) e nella periferia storica intorno all’anello ferroviario (oltre 41%), ma anche con uno scarto più ridotto nella periferia anulare interna al GRA (33%).

Se si passa da un’analisi del voto alle coalizioni ad un’analisi del voto ai partiti, alle elezioni politiche il M5S si conferma il primo partito della città con un risultato pari al 30,6%, mentre il PD è il secondo partito con un risultato del 21,6%. La distanza tra il M5S e il PD si riduce di circa 9 punti percentuali rispetto ai risultati delle elezioni comunali del 2016.

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Nel primo turno delle elezioni comunali del 2016, come mostra la tabella precedente elaborata sulla base dei dati pubblicati sul sito del Comune di Roma, il M5S è risultato nettamente il primo partito in tutti i municipi di Roma, con un consenso in periferia molto superiore rispetto a quello delle zone centrali della città.

Nelle elezioni regionali del 2018 il consenso dei singoli partiti a Roma e nei municipi cambia profondamente. Nel voto per le regionali è possibile scorporare, come nelle comunali, il voto di lista ai singoli partiti rispetto al voto dato alle coalizioni e ai candidati sindaci e presidenti di Regione.

La tabella sottostante considera, come quella precedente, i risultati dei partiti che hanno avuto un consenso superiore al 10% e mostra che, nelle elezioni regionali del 2018, il PD torna ad essere il primo partito nel complesso della città di Roma, con un risultato del 22,5% che è di circa 5 punti percentuali superiori al risultato del 2016.  Il M5S subisce in città un vero tracollo passando dal 35,3% al 22%.

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Il nuovo equilibrio si ritrova anche nel voto dei municipi. Il PD è primo partito in 8 municipi su 15, connfermando i risultati migliori nei municipi del centro, mentre il M5S conferma il suo primato in 7 municipi, con un consenso superiore al 30% nel VI e nel X municipio.

I risultati delle elezioni del 2018 evidenziano che il PD può rappresentare il perno di un’alternativa al governo del M5S a Roma se è in grado di mettere in campo una proposta credibile di governo (come è avvenuto con Zingaretti alle elezioni regionali) attraverso un’alleanza civica per il governo della città.

I 59.000 voti che sono stati dati in più alle liste del PD, nel 2018 rispetto al 2016, rappresentano un’inversione di tendenza. Il 22,5% dei consensi del PD certamente non basta per governare la città. Occorre, pertanto, costruire un’alleanza larga con le forze del centrosinistra e con l’insieme delle associazioni e gruppi civici disponibili.

Le primarie che si terranno il prossimo 28 aprile nel III e nell’VIII municipio per la scelta dei candidati presidenti del centrosinistra rappresentano il primo banco di prova di questa sfida. L’auspicio è che ci sia un grande partecipazione alle primarie e che siano scelti i candidati migliori per la presidenza dei municipi in vista delle elezioni municipali del 10 giugno.

Lo strumento delle primarie aperte, infatti, risulta ancora appropriato proprio per condividere il percorso per scegliere i candidati unitari di coalizione al vertice delle istituzioni territoriali. Ma è poi essenziale che il PD e il centrosinistra costruiscano unitariamente proposte credibili per il governo dei municipi e coinvolgano persone competenti e rappresentative nelle liste per i consigli municipali.

Le primarie aperte (e con liste bloccate) invece non sembrano più appropriate per l’elezione diretta del segretario e degli organismi dirigenti del partito. Questo strumento, concepito con un sistema elettorale che prevedeva un premio di maggioranza e in un sistema politico tendenzialmente bipolare, non funziona nell’assetto politico tripolare e con l’attuale legge elettorale prevalentemente proporzionale. E’ pertanto opportuno che l’assemblea nazionale del PD riveda lo statuto e le modalità di scelta degli organismi dirigenti a livello nazionale, regionale e locale, per dar vita ad una nuova forma-partito meno divisiva e più inclusiva.

In attesa di queste scelte nazionali sull’organizzazione del partito è però auspicabile che il PD di Roma costruisca un appuntamento programmatico, che coinvolga la Regione e i suoi parlamentari di Roma e del Lazio, aperto al contributo delle forze politiche e sociali disponibili, con l’obiettivo di costruire una proposta credibile e condivisa per la riorganizzazione dei servizi del Comune di Roma e dei suoi municipi, in stretto rapporto con la funzione metropolitana e capitale della città.

Si tratta di una “questione nazionale”, perché Roma è la capitale della Repubblica e – con la sua storia e le sue contraddizioni – rappresenta una metafora dell’Italia.

Gaetano Palombelli

La “questione Brexit”

L’incontro organizzato da “La città futura . eu” con Roberto Gualtieri lo scorso 13 aprile ci ha permesso di conoscere da vicino lo stato di avanzamento degli accordi per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea con l’esperienza diretta di un europarlamentare che ha partecipato direttamente alle trattative su Brexit.

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I capi negoziatori della Gran Bretagna e della UE hanno annunciato che a dicembre è stato trovato un primo accordo per l’uscita della Gran Bretagna. Il periodo di transizione durerà dal giorno dell’uscita, il 29 marzo 2019, al 21 dicembre 2020.

E’ stato definito un testo giuridico per il divorzio che copre “la maggior parte delle questioni”: un’intesa completa su diritti dei cittadini, costi del divorzio e anche il periodo di transizione, ma resta ancora da risolvere la questione legata a Irlanda e Irlanda del Nord.

Dal giorno in cui inizierà la fase di transizione il Regno Unito non parteciperà più al processo decisionale dell’Unione Europea, perché dopo quella data non sarà più membro. Manterrà benefici e vantaggi del mercato unico e dell’unione doganale e dovrà quindi rispettare tutte le regole europee come fanno tutti gli Stati membri. Durante la transizione, i cittadini europei avranno gli stessi diritti di chi è arrivato prima della Brexit. La Gran Bretagna non avrà voce in capitolo su nessuna decisione, dovrà rispettare tutti gli obblighi Ue ma godrà anche dei benefici che ne derivano incluso il mercato interno.

Il conto alla rovescia continua: mancano poco più di 11 mesi a Brexit e regna tuttora l’incertezza sul tipo di accordo che la Gran Bretagna riuscirà a raggiungere con l’Unione Europea, poiché l’accordo preliminare raggiunto in dicembre non rappresenta un vincolo e sarà dichiarato nullo se non ci sarà un’intesa sostanziale.

La fuoriuscita di un paese membro dall’Unione europea è una questione complessa. Gli ordinamenti nazionali, infatti, sono ormai fortemente interconnessi con l’ordinamento comunitario. Non a caso il Regno Unito ha dovuto approvare una legge che recepisce integralmente il diritto europeo nel proprio ordinamento e ha – per esempio – deciso di applicare direttamente la direttiva europea sugli appalti pubblici.

In Gran Bretagna ci sono contrasti profondi sia all’interno del Governo britannico sia nei rapporti tra Governo, Parlamento e Camera dei Lord. Il “Brexit Bill”, la legge che sancirà l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sta avendo un percorso lento e tormentato, con la Camera dei Lord che ha appena votato un emendamento a favore dell’unione doganale.

I negoziati sono ora ripresi e sono divisi in tre fronti: l’Irlanda, il futuro dei rapporti tra Gran Bretagna e Ue dopo Brexit e tutto il resto (diritti dei cittadini, giurisdizione della Corte di Giustizia europea, conto del divorzio, pesca e numerose altre questioni).

L’obiettivo è di raggiungere intese sostanziali e definitive su tutti e tre i fronti per il summit di giugno e comunque prima del summit europeo di ottobre, per dare tempo al Parlamento europeo e a tutti i Parlamenti nazionali di approvare l’accordo proposto entro il 29 marzo 2019.

La Gran Bretagna ha finora fatto diverse concessioni: sui diritti dei cittadini Ue, sull’ammontare del conto del divorzio, sul periodo di transizione. In cambio ha ottenuto il diritto a negoziare trattati commerciali con Paesi terzi in vista di Brexit.

Il Regno Unito potrebbe anche fare una concessione più significativa, decidendo di restare nell’unione doganale, vista la posizione che sta emergendo nella Camera dei Lord e nel Parlamento, proprio per risolvere la questione irlandese. Ma molto dipenderà dagli esiti delle elezioni amministrative in Gran Bretagna del 3 maggio.

Paola Notari – Gaetano Palombelli