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NON SIAMO PESCI

L’Associazione “La città futura” aderisce all’appello “Non siamo pesci” e parteciperà al presidio di lunedì 28 gennaio alle ore 17.00 a Roma, piazza Montecitorio.

Come dice bene il Sindaco di Siracusa, Francesco Italia, “c’è una legge morale che viene prima di questa politica.”

«Non siamo pesci»: così Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea Watch.
«Non riuscirò più a parlare tra poco perché sto congelando. Fate presto», così l’ultima telefonata giunta al numero di Alarm Phone dal barcone con circa 100 persone a bordo, al largo di Misurata, domenica scorsa.

«Non ho bisogno di essere sui notiziari, ho bisogno di essere salvato», così l’ultima risposta che uno dei 100 naufraghi lascia ad Alarm Phone.

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La ripetizione di questi «non» porta in superficie quel che una semplice cronaca di quanto avvenuto nel Mar Mediterraneo nel corso delle ultime ore non riesce più a far percepire. I fatti sono questi: qualche giorno fa, in una manciata di ore, hanno perso la vita nelle acque del Mediterraneo 170 tra migranti e profughi. Quarantasette sono stati tratti in salvo dall’organizzazione non governativa Sea Watch e circa 100 sono stati raccolti dal cargo battente bandiera della Sierra Leone e avviati verso il porto di Misurata dove, prevedibilmente, saranno reclusi in uno dei centri di detenzione, legali o illegali, della Libia. Centri dove, secondo i rapporti delle Nazioni Unite e di tutte le agenzie indipendenti, si praticano quotidianamente abusi, violenze, stupri, torture. Intanto, l’imbarcazione Sea Watch 3 è destinata a ripercorrere quel doloroso e drammatico itinerario che già l’ha portata a cercare invano un porto sicuro per ben 19 giorni.

Ciò che emerge è il deprezzamento del senso e del valore della vita umana. Sea Watch, va ricordato, è l’unica Ong oggi presente nel Mar Mediterraneo, ormai privo di qualsiasi presidio sanitario, di soccorso e di protezione dei naufraghi. Altro che fattore di attrazione per i flussi migratori, altro che «alleati degli scafisti» o «taxi del mare»: le navi umanitarie, le poche rimaste, salvano l’onore di un’Europa che dà il peggio di sé e si mostra incapace persino di provare vergogna.

Vogliamo dare voce a un’opinione pubblica che esiste e che di fronte a una tale tragedia chiede di ripristinare il rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali, e soprattutto del senso della giustizia. A cominciare con il consentire alle navi militari e alle Ong che salvano le vite in mare di poter intervenire.

E a chi finge di non conoscere le condizioni di quanti – grazie anche a risorse e mezzi italiani – vengono riportati nei centri di detenzione libici, chiediamo di fare chiarezza sul comportamento e sulle responsabilità della guardia costiera libica. E sulle cause dei più recenti naufragi, come quello che ha causato, in ultimo, la morte di 117 persone, rendendo pubblici documenti, comunicazioni e video relativi.

A questo fine chiediamo al Parlamento di istituire una commissione di inchiesta sulle stragi nel Mediterraneo e di realizzare una missione in Libia. Chiediamo inoltre al Governo di offrire un porto sicuro in Italia alla Sea Watch, che sabato scorso ha salvato 47 persone, senza che si ripeta l’odissea vissuta a fine dicembre davanti a Malta. E ricordiamo a tutti gli Stati europei che la redistribuzione dei migranti si fa a terra e non in mare.

Non possiamo e non vogliamo essere complici di questa strage.

Gli stranieri residenti a Roma, il diritto di migrare, i valori della democrazia europea

Nell’area metropolitana di Roma vivono oggi oltre 550.000 stranieri, di cui quasi 400.000 nella città di Roma, come mostra il dossier laborato dall’Ufficio di statistica della Città metropolitana (roma_stranieri_2017).

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Secondo l’Osservatorio romano sulle migrazioni dell’IDOS “La Città Metropolitana di Roma, con 544.956 residenti stranieri a inizio 2017, pari al 10,8% di quelli residenti in Italia (5.047.028), è la prima provincia per numero di immigrati. Nel corso del 2016 i residenti stranieri sono aumentati di 15.558 unità, l’incremento più alto tra le province italiane, con un ritmo di crescita superiore a quello medio nazionale (+2,9% contro +0,4%).”

Dal punto di vista terminologico occorrerebbe parlare di stranieri residenti più che di immigrati, persone che hanno ormai deciso di vivere in modo stabile nella nostra città. Conoscere bene questo fenomeno strutturale, a Roma come in Italia, è il presupposto essenziale per mettere in campo processi di accoglienza e integrazione che passano per le diverse dimensioni del welfare (scuola, sanità, servizi sociali e di mediazione culturale).

Il diritto di migrare è uno dei fondamenti della civiltà mediterranea. Tra i miti fondativi della civiltà romana c’è il viaggio di Enea e l’istituzione dell’asilo sul Campidoglio, da parte di Romolo, nel quale poterono rifugiarsi tutti gli esuli delle città vicine.

Come dice Papa FrancescoIl viaggio dei migranti non è sempre un’esperienza felice. Basti pensare ai terribili viaggi delle vittime della tratta. Anche in questo caso, però, non mancano le possibilità di riscatto, come accadde per il piccolo Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto come schiavo dai fratelli gelosi, il quale in Egitto divenne un fiduciario del faraone. Ci sono poi gli esodi drammatici dei rifugiati, un’esperienza che Gesù Cristo stesso provò, assieme a i suoi genitori, all’inizio della propria vita terrena, quando dovettero fuggire in Egitto per salvarsi dalla furia omicida di Erode”.

La gestione dei fenomeni migratori, d’altro canto, per come si prospetta oggi, è una sfida complessa che non può essere risolta dai singoli paesi europei.

Chiudere le frontiere europee sarebbe dannoso per l’Europa, per la sua demografia e la sua economia, e sarebbe in contrasto con un principio di realtà: le persone si possono spostare, a differenza delle pietre.

Ma la chiusura delle frontiere sarebbe in contrasto con i valori e le radici della civiltà europea. Il diritto il diritto di asilo, infatti, è stato inserito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea come diritto garantito nel rispetto delle norme internazionali relative allo status dei rifugiati.

L’Unione europea dovrà pertanto gestire le frontiere esterne in modo unitario, rivedendo il Regolamento di Dublino, per programmare i flussi legali in entrata nell’ambito di un’azione unitaria di cooperazione con l’Africa e il Medio Oriente.

Il popolo italiano è tradizionalmente un popolo di viaggiatori e di migranti. Ci sono oltre 50 milioni di persone di origine italiana che vivono nel mondo al di fuori dei confini del nostro Paese.

Ma l’Italia, a partire dagli anni ’90, si è trasformata in un paese di immigrazione. In poco più di 25 anni gli stranieri residenti sono cresciuti da 200.000 ad oltre 5 milioni, come mostrano chiaramente i dati Istat riferiti alla popolazione residente al 1° gennaio 2018.

Più complessa è la stima della presenza degli stranieri irregolari in Italia: oltre 500.000 secondo questa ricostruzione di uno studio dell’ISPI, con una tendenza all’aumento, anche se a partire dal 2017 c’è una tendenza alla riduzione del flusso di migranti in entrata e nel 2018 gli sbarchi via mare si sono ridotti notevolmente (circa l’80% in meno).

L’immigrazione non è un’emergenza, è ormai un dato strutturale che non può essere ridotto al tema della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Se si approfondiscono i dati sulla presenza straniera a Roma come in Italia e se si considerano le persone in carne ed ossa, a partire dalla nostra vita quotidiana, gli immigrati (nelle città, nelle case, nelle scuole, nel mondo del lavoro, nello sport…) fanno ormai parte integrante della nostra società e sono una risorsa essenziale per far crescere l’Italia in stretta connessione con il mondo che cambia.

 

Gaetano Palombelli

“Roma dice basta alla mondezza”: è giunta l’ora di una mobilitazione civica

A Natale e Capodanno le strade di Roma sono rimaste piene di “mondezza” come mai si era visto. Una situazione indecorosa per una capitale europea che presenta rischi evidenti anche per l’igiene pubblica e per la salute delle persone.

Con l’incendio dell’impianto Tmb Salario dell’AMA, la società municipalizzata del Campidoglio, l’emergenza rifiuti di Roma che covava da tempo è deflagrata definitivamente.

Chi abita a Roma non può restare inerte di fronte a questa situazione. “Roma dice basta alla mondezza”: è giunta l’ora di una grande mobilitazione unitaria nei municipi e in tutta la città per chiedere a tutte le autorità competenti di affrontare l’emergenza e rivedere il sistema di gestione dei rifiuti.

Martedì 15 gennaio, alle ore 14, è stata convocata una seduta straordinaria dell’Assemblea capitolina sull’emergenza dei rifiuti aperta al pubblico e ci sarà un sit-in di protesta in Piazza del Campidoglio.

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Nel tavolo costituito tra il Comune, la Città metropolitana, la Regione e il Ministero dell’Ambiente è chiaro che Roma non può risolvere da sola la questione rifiuti.

Non è possibile oggi determinare quanto dovrà durare l’aiuto richiesto alle altre Province e Regioni italiane, ma Roma deve avviare un percorso per diventare finalmente autosufficiente in materia di ciclo dei rifiuti, così come si richiede a una grande capitale europea.

Invece la Giunta Raggi sta facendo fare un passo indietro alla città, con l’apertura di nuove discariche, mentre nei cassonetti – ancora stracolmi e debordanti – non si riesce più, neanche con la migliore buona volontà, ad effettuare la separazione dei rifiuti per favorire la raccolta differenziata.

Già oggi Roma ‘esporta’ quasi il 100% dei rifiuti che produce (sono oltre 160 i camion che ogni giorno partono da Roma su varie destinazioni italiane), con un aumento dei costi dovuto alla pessima qualità della raccolta differenziata, il cui incremento peraltro si è bloccato: se dal 2013 al 2016 la quota di raccolta differenziata era passata dal 29 al 42%, nel 2017 è cresciuta di appena 1,4 punti portandosi al 43,4, come certificato dal recente rapporto Ispra. Ma la realtà è molto più dura dei dati, ed aggravata – dopo l’incendio del Tmb Salario – da altre 700 tonnellate che dovranno essere collocate tal/quale altrove.

Roma non ha impianti di smaltimento, e la rete degli impianti di trattamento dei rifiuti romani non funziona: il Tmb Salario continuava a funzionare nonostante l’ARPA avesse già segnalato che non era a norma e che dovesse essere adeguato.

La situazione AMA è disastrosa. L’Azienda municipale è riuscita a chiudere il bilancio con difficoltà – come rilevato dai sindaci revisori – e manca ancora il Piano industriale. Ci sono state previsioni sbagliate sulla raccolta differenziata: l’obiettivo di arrivare al 50% di differenziata nel 2019 appartiene al libro dei sogni più che al novero delle possibilità concrete.

L’AMA deve proporre un Piano industriale credibile e sostenibile per la gestione dei rifiuti a Roma, che programmi la diffusione della raccolta differenziata come leva industriale per la chiusura del ciclo dei rifiuti, separi le utenze commerciali da quelle domestiche,  investa su nuovi mezzi di raccolta e nuovi impianti.

Dopo l’individuazione delle aree idonee per i nuovi impianti da parte della Città metropolitana, la Regione potrà fornire una cornice coerente a questa prospettiva attraverso l’approvazione del nuovo Piano rifiuti regionale, con innovazioni – come i distretti ecologici – che prevedano la chiusura del ciclo dei rifiuti a livello metropolitano e di ambito. Per questo sono necessari impianti di compostaggio e di trattamento che consentano di smaltire i rifiuti prodotti. L’obiettivo UE è di portare le discariche a ricevere non più del 10% dei rifiuti e anche i termovalorizzatori sono previsti come impianti residuali, ma necessari.

L’economia circolare impone interventi a monte per ridurre la produzione di rifiuti, la crescita di filiere della raccolta differenziata, la costruzione di una rete articolata di impianti di trattamento e smaltimento che permettano di chiudere il ciclo dei rifiuti. Roma si mostri finalmente all’altezza di quesa sfida europea.

Lorenzo Miracle – Gaetano Palombelli

Referendum a Roma del prossimo 11 novembre: per un buon servizio pubblico di trasporto votiamo sì

Il referendum sul trasporto pubblico a Roma

Domenica 11 novembre si svolgerà a Roma il referendum consultivo sul trasporto pubblico locale promosso dal comitato “Mobilitiamo Roma”.

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Il referendum consentirà ai cittadini di dare un parere rilevante sul problema più importante di Roma.

 

Da ATAC un servizio inaccettabile

Il trasporto pubblico a Roma funziona male. Il monopolio ATAC è ormai insostenibile ed è causa di malessere quotidiano della città. Esso oggi produce oggi 84 milioni di Km all’anno, invece dei 101 previsti nel contratto di servizio con il Comune e dei 120 del passato. Negli ultimi venti anni il servizio è stato ridotto di circa il 30% in media, che significa riduzioni del 50-60% in periferia. Questa riduzione è assolutamente inaccettabile, soprattutto per una città priva di una rete metropolitana all’altezza della sua dimensione e della sua funzione di Capitale.

L’ATAC offre ai romani meno di quanto sarebbe possibile con le attuali risorse comunali, è una struttura burocratico-corporativa che consuma le risorse al proprio interno e solo quello che avanza va ai cittadini come servizio.

 

Le gare sono la norma

Il ricorso alle gare europee è l’unico strumento che può abbassare i costi e aumentare le percorrenze degli autobus e la qualità del servizio.  Le leggi vigenti sul trasporto pubblico locale infatti prevedono che le gare debbano svolgersi entro il mese di dicembre 2019. I comuni inadempienti subiranno una penalizzazione economica che a Roma può arrivare a un centinaio di milioni.

Le gare non sono una soluzione estrema, ma semplicemente la regola prevista dalla normativa europea e italiana da più di vent’anni. I servizi di trasporto sono già oggi affidati con gara a Milano, Torino, Trieste, Bologna, Firenze e Perugia, così come in decine di altre città minori.

 

La separazione tra funzioni garantisce l’interesse pubblico e la socialità del servizio

La liberalizzazione prevede la separazione tra le funzioni di regolazione (la rete, gli standard, le tariffe e gli impianti) e le funzioni di produzione (la guida dei mezzi e la manutenzione).

Le prime costituiscono il valore sociale del servizio e restano sotto il controllo pubblico; le seconde invece sono attività industriali da migliorare mediante la concorrenza tra privati.

Cosa fa un cittadino che decide di utilizzare il mezzo pubblico? Per prima cosa si dota di un biglietto e fa i conti con la tariffazione; poi cerca una fermata vicina e verifica l’accessibilità del servizio; in attesa alla fermata misura la frequenza di passaggio dei mezzi; infine, lungo il percorso ha bisogno di cambiare mezzo per arrivare a destinazione e si deve orientare nella rete integrata.

E’ bene chiarire che la normativa europea, nazionale e regionale prevedono che questi quattro aspetti – tariffazione, accessibilità, frequenza, rete, che definiscono il servizio pubblico – sono e restano di competenza dell’amministrazione comunale. Se sono ben gestite il nuovo utente sarà soddisfatto, mentre non cambierà nulla se l’autista che produce il trasporto è un dipendente pubblico o privato.

 

Liberalizzare, non privatizzare

Ma non basta dire gare. Sara decisivi gestire bene le gare per rafforzare l’interesse pubblico ed evitare un monopolio privato. sta qui la differenza tra liberalizzazione e privatizzazione.

Per questo è fondamentale che, come prevede il quesito del referendum, il servizio sia affidato su diversi lotti a diversi operatori. La produzione non dovrebbe essere in mano ad un unico gestore monopolista.

I diversi lotti fanno in modo che nessuno abbia la possibilità di ricattare l’autorità pubblica minacciando il blocco del servizio per ottenere condizioni di favore. Gli operatori che vincono i lotti delle gare devono fornire i servizi in base a costi, quantità e qualità definiti nei contratti, pena severe sanzioni da parte del Comune fino a eventuali rescissioni.

L’esperienza del gestore privato Roma TPL, che già oggi gestisce quasi un quarto del servizio di superficie di Roma è emblematico. A fronte di un servizio nettamente più affidabile (a differenza di ATAC svolge quasi integralmente il servizio previsto dal contratto) e molto più economico di quello di ATAC, Roma TPL non si comporta correttamente con i suoi dipendenti. Ma, essendo l’unico gestore privato ed essendo impensabile sostituirlo con ATAC per i costi insostenibili che ciò comporterebbe, il Comune è costretto a tenerselo fino alla prossima gara, prevista entro l’anno. Fortunatamente la prossima gara sarà su due lotti.

 

Rafforzare l’Agenzia, tutelare il patrimonio

La legge ed i contratti di lavoro garantiscono il posto di lavoro e gli attuali stipendi degli autisti e degli operai, ma non dei dirigenti. Per ricostruire il principio di organizzazione oggi smarrito in ATAC è necessario rinnovare il management.

La liberalizzazione richiede invece un rafforzamento del soggetto pubblico che dovrà garantire nei fatti il carattere sociale del servizio e non a parole come avviene nell’attuale gestione monopolistica. Esso dovrà avere la nuova forma di Agenzia, che si costituirà assorbendo le agenzie esistenti, per dar vita ad una moderna tecnostruttura pubblica capace di pianificare il trasporto di tutta l’area metropolitana e di gestire i contratti di fornitura con i privati.

Anche il patrimonio – i depositi dei bus, la rete metro e tramviaria, i parcheggi di scambio, i treni della metro – va mantenuto in mani pubbliche, preservandone la sua natura e l’impatto sulle scelte di trasporto e urbanistiche.

 

Separare la gestione dal debito

L’ATAC si trova sull’orlo dell’abisso e non rimarrà stabile nei prossimi anni. Ha un debito di 1,5 miliardi di euro ed è già sottoposta ad un concordato che può portare al completo fallimento. Se non si cambia il modello di gestione del trasporto pubblico romano probabilmente sarà svenduta a un privato senza alcuna garanzia.

Va invece nettamente separata la gestione del debito dal servizio: il debito è un problema creato dal Comune e dalla sua azienda, che va gestito con la valorizzazione del patrimonio e risorse ad hoc; è una zavorra insostenibile, frutto di errori passati, che non si può ancora far gravare sul servizio di trasporto.

 

La scelta del sì al referendum

Per evitare una privatizzazione selvaggia occorre una vittoria del Sì al referendum. Il nostro obiettivo è la liberalizzazione per costruire un nuovo modello di governo del trasporto pubblico romano che rafforzi il controllo pubblico e migliori la qualità del servizio.

Una visione ambiziosa per la mobilità a Roma

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La crisi ATAC è il principale problema del governo di Roma, così inizia la sintesi che lo Stesso Walter Tocci fa del suo ultimo saggio intitolato “La crisi dell’ATAC, le scelte sbagliate e le soluzioni possibili”. Un saggio che, partendo dalla crisi devastante dell’ATAC, ci spiega la ben più grave crisi della mobilità nella Capitale. Due facce della stessa medaglia, che vanno ad aggravare una situazione comunque inaccettabile determinata da una dotazione infrastrutturale assolutamente non all’altezza delle necessità di una capitale, di una città metropolitana di 4 milioni di abitanti.

Roma ha bisogno di valorizzare meglio le infrastrutture esistenti, di renderle davvero interoperabili, ma soprattutto di potenziarle vigorosamente, con nuove metropolitane, nuove ferrovie nell’area metropolitana, nuove stazioni su quelle esistenti, nuove tramvie per completare la maglia.

Ma ha bisogno anche di rivedere e ristrutturare profondamente la propria rete su gomma, nel breve periodo per tamponare la mancanza di infrastrutture, nel lungo per alimentarla e sfruttarla al meglio. Con scelte coraggiose e davvero innovative, valorizzando al meglio le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie telematiche.

Ed ha ovviamente bisogno che i propri servizi di trasporto siano gestiti bene, che siano affidabili, regolari e puntuali e che siano pagati il giusto, perché gli sprechi sono anche pagare troppo un servizio che si potrebbe pagare meno: o, se volete, avere più servizio con gli stessi soldi.

Tutto ciò si può fare. Si possono trovare i soldi per realizzare le infrastrutture, come si trovano in qualunque paese civile, e si può organizzare meglio il servizio, nel rispetto dei legittimi interessi dei lavoratori del settore.

Per farlo occorre, però, avere una visione. Una visione ambiziosa e adeguata alla scala di una grande metropoli. Per attuarla davvero occorrono gli strumenti per pianificare, progettare, controllare, promuovere le infrastrutture e i servizi. Pensando non solo ai servizi tradizionali, ma anche a quelli innovativi, come il car sharing, il bike sharing, i taxi collettivi, servizi che possono apparire marginali, ma che sono fondamentali per rendere davvero possibile rinunciare all’auto privata e liberare le nostre strade garage da centinaia di migliaia di inutili auto, come sta avvenendo a Milano. E per arrivare agli standard delle grandi metropoli europee dove ci sono la metà delle auto in proporzione agli abitanti rispetto a quelle che ci sono a Roma. Parliamo quindi di quasi un milione di auto di troppo!

Oggi nulla di tutto questo c’è a Roma. In nessuna grande metropoli d’Europa e del Mondo il tema è il rischio del fallimento della propria azienda dei trasporti. In nessuna di queste città si pensa di risolvere i problemi della mobilità con interventi al ribasso come i moncherini tramviari di due chilometri o le due strisce di preferenziali.

Occorre una svolta radicale e una strategia ambiziosa per riorganizzare la mobilità dell’area metropolitana di Roma e della Capitale, con il concorso di tutte le istituzioni interessate, i Municipi, il Comune, la Città metropolitana, la Regione e lo Stato.

Simone Gragnani