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Roma: se città non fa rima con mobilità

Roma, non da oggi, è una città in cui sono male organizzati e carenti i servizi e le infrastrutture di mobilità. E’ una costatazione che ogni cittadino può fare a partire dalle sue esperienze quotidiane, ma che è ancor più evidente se si fa il confronto con altre capitali europee, come Berlino, Londra, Parigi.

La città futura che immaginiamo fa rima con la mobilità. Ne parleremo Domenica 20 maggio, alle 18.30, nella “Biblioteca condominiale al Cortile” di Via G. da Castelbolognese 30, Scala C, con Simone Gragnani, Antonio del Palazzo dei Ferrovieri e Walter Tocci.

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Il voto ai partiti a Roma nel 2016 e nel 2018, in vista delle elezioni del III e VIII Municipio

Nei giorni scorsi, nel sito de “l’Italia che verrà”, è stata pubblicata l’analisi del voto a Roma alle elezioni politiche e regionali nel 2018 di Federico Tomassi nella quale sono approfondite le dinamiche del voto alle coalizioni.

Alle elezioni politiche, nel complesso della città, è la coalizione di centrodestra (composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia) a vincere con il 31%, con un forte incremento rispetto alle precedenti elezioni che gli ha permesso di avere un vantaggio di mezzo punto percentuale sul M5S e di circa tre punti sul centrosinistra.

Alle elezioni regionali, invece, vi è la riconferma di Zingaretti alla presidenza della Regione, nello stesso giorno in cui la coalizione di centrosinistra era sconfitta nelle elezioni politiche e nonostante che le liste che lo sostenevano (PD, LeU, +Europa, Insieme, Centro Solidale e Lista Civica) abbiano avuto meno voti di quelle del centrodestra. Da quando è stata introdotta l’elezione diretta, è la prima volta che avviene nel Lazio la rielezione del presidente in carica.

A Roma, alle elezioni regionali, il centrosinistra vince con oltre il 37% dei voti, superando di circa 10 punti percentuali il centrodestra e il M5S, che si fermano rispettivamente al 28% e al 26%. L’andamento dei consensi per il centrosinistra è nettamente decrescente man mano che ci si allontana dal centro della città. Tuttavia, a differenza dei risultati della Camera, il candidato del centrosinistra prevale non solo nei quartieri più centrali (49%) e nella periferia storica intorno all’anello ferroviario (oltre 41%), ma anche con uno scarto più ridotto nella periferia anulare interna al GRA (33%).

Se si passa da un’analisi del voto alle coalizioni ad un’analisi del voto ai partiti, alle elezioni politiche il M5S si conferma il primo partito della città con un risultato pari al 30,6%, mentre il PD è il secondo partito con un risultato del 21,6%. La distanza tra il M5S e il PD si riduce di circa 9 punti percentuali rispetto ai risultati delle elezioni comunali del 2016.

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Nel primo turno delle elezioni comunali del 2016, come mostra la tabella precedente elaborata sulla base dei dati pubblicati sul sito del Comune di Roma, il M5S è risultato nettamente il primo partito in tutti i municipi di Roma, con un consenso in periferia molto superiore rispetto a quello delle zone centrali della città.

Nelle elezioni regionali del 2018 il consenso dei singoli partiti a Roma e nei municipi cambia profondamente. Nel voto per le regionali è possibile scorporare, come nelle comunali, il voto di lista ai singoli partiti rispetto al voto dato alle coalizioni e ai candidati sindaci e presidenti di Regione.

La tabella sottostante considera, come quella precedente, i risultati dei partiti che hanno avuto un consenso superiore al 10% e mostra che, nelle elezioni regionali del 2018, il PD torna ad essere il primo partito nel complesso della città di Roma, con un risultato del 22,5% che è di circa 5 punti percentuali superiori al risultato del 2016.  Il M5S subisce in città un vero tracollo passando dal 35,3% al 22%.

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Il nuovo equilibrio si ritrova anche nel voto dei municipi. Il PD è primo partito in 8 municipi su 15, connfermando i risultati migliori nei municipi del centro, mentre il M5S conferma il suo primato in 7 municipi, con un consenso superiore al 30% nel VI e nel X municipio.

I risultati delle elezioni del 2018 evidenziano che il PD può rappresentare il perno di un’alternativa al governo del M5S a Roma se è in grado di mettere in campo una proposta credibile di governo (come è avvenuto con Zingaretti alle elezioni regionali) attraverso un’alleanza civica per il governo della città.

I 59.000 voti che sono stati dati in più alle liste del PD, nel 2018 rispetto al 2016, rappresentano un’inversione di tendenza. Il 22,5% dei consensi del PD certamente non basta per governare la città. Occorre, pertanto, costruire un’alleanza larga con le forze del centrosinistra e con l’insieme delle associazioni e gruppi civici disponibili.

Le primarie che si terranno il prossimo 28 aprile nel III e nell’VIII municipio per la scelta dei candidati presidenti del centrosinistra rappresentano il primo banco di prova di questa sfida. L’auspicio è che ci sia un grande partecipazione alle primarie e che siano scelti i candidati migliori per la presidenza dei municipi in vista delle elezioni municipali del 10 giugno.

Lo strumento delle primarie aperte, infatti, risulta ancora appropriato proprio per condividere il percorso per scegliere i candidati unitari di coalizione al vertice delle istituzioni territoriali. Ma è poi essenziale che il PD e il centrosinistra costruiscano unitariamente proposte credibili per il governo dei municipi e coinvolgano persone competenti e rappresentative nelle liste per i consigli municipali.

Le primarie aperte (e con liste bloccate) invece non sembrano più appropriate per l’elezione diretta del segretario e degli organismi dirigenti del partito. Questo strumento, concepito con un sistema elettorale che prevedeva un premio di maggioranza e in un sistema politico tendenzialmente bipolare, non funziona nell’assetto politico tripolare e con l’attuale legge elettorale prevalentemente proporzionale. E’ pertanto opportuno che l’assemblea nazionale del PD riveda lo statuto e le modalità di scelta degli organismi dirigenti a livello nazionale, regionale e locale, per dar vita ad una nuova forma-partito meno divisiva e più inclusiva.

In attesa di queste scelte nazionali sull’organizzazione del partito è però auspicabile che il PD di Roma costruisca un appuntamento programmatico, che coinvolga la Regione e i suoi parlamentari di Roma e del Lazio, aperto al contributo delle forze politiche e sociali disponibili, con l’obiettivo di costruire una proposta credibile e condivisa per la riorganizzazione dei servizi del Comune di Roma e dei suoi municipi, in stretto rapporto con la funzione metropolitana e capitale della città.

Si tratta di una “questione nazionale”, perché Roma è la capitale della Repubblica e – con la sua storia e le sue contraddizioni – rappresenta una metafora dell’Italia.

Gaetano Palombelli

La “questione Brexit”

L’incontro organizzato da “La città futura . eu” con Roberto Gualtieri lo scorso 13 aprile ci ha permesso di conoscere da vicino lo stato di avanzamento degli accordi per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea con l’esperienza diretta di un europarlamentare che ha partecipato direttamente alle trattative su Brexit.

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I capi negoziatori della Gran Bretagna e della UE hanno annunciato che a dicembre è stato trovato un primo accordo per l’uscita della Gran Bretagna. Il periodo di transizione durerà dal giorno dell’uscita, il 29 marzo 2019, al 21 dicembre 2020.

E’ stato definito un testo giuridico per il divorzio che copre “la maggior parte delle questioni”: un’intesa completa su diritti dei cittadini, costi del divorzio e anche il periodo di transizione, ma resta ancora da risolvere la questione legata a Irlanda e Irlanda del Nord.

Dal giorno in cui inizierà la fase di transizione il Regno Unito non parteciperà più al processo decisionale dell’Unione Europea, perché dopo quella data non sarà più membro. Manterrà benefici e vantaggi del mercato unico e dell’unione doganale e dovrà quindi rispettare tutte le regole europee come fanno tutti gli Stati membri. Durante la transizione, i cittadini europei avranno gli stessi diritti di chi è arrivato prima della Brexit. La Gran Bretagna non avrà voce in capitolo su nessuna decisione, dovrà rispettare tutti gli obblighi Ue ma godrà anche dei benefici che ne derivano incluso il mercato interno.

Il conto alla rovescia continua: mancano poco più di 11 mesi a Brexit e regna tuttora l’incertezza sul tipo di accordo che la Gran Bretagna riuscirà a raggiungere con l’Unione Europea, poiché l’accordo preliminare raggiunto in dicembre non rappresenta un vincolo e sarà dichiarato nullo se non ci sarà un’intesa sostanziale.

La fuoriuscita di un paese membro dall’Unione europea è una questione complessa. Gli ordinamenti nazionali, infatti, sono ormai fortemente interconnessi con l’ordinamento comunitario. Non a caso il Regno Unito ha dovuto approvare una legge che recepisce integralmente il diritto europeo nel proprio ordinamento e ha – per esempio – deciso di applicare direttamente la direttiva europea sugli appalti pubblici.

In Gran Bretagna ci sono contrasti profondi sia all’interno del Governo britannico sia nei rapporti tra Governo, Parlamento e Camera dei Lord. Il “Brexit Bill”, la legge che sancirà l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sta avendo un percorso lento e tormentato, con la Camera dei Lord che ha appena votato un emendamento a favore dell’unione doganale.

I negoziati sono ora ripresi e sono divisi in tre fronti: l’Irlanda, il futuro dei rapporti tra Gran Bretagna e Ue dopo Brexit e tutto il resto (diritti dei cittadini, giurisdizione della Corte di Giustizia europea, conto del divorzio, pesca e numerose altre questioni).

L’obiettivo è di raggiungere intese sostanziali e definitive su tutti e tre i fronti per il summit di giugno e comunque prima del summit europeo di ottobre, per dare tempo al Parlamento europeo e a tutti i Parlamenti nazionali di approvare l’accordo proposto entro il 29 marzo 2019.

La Gran Bretagna ha finora fatto diverse concessioni: sui diritti dei cittadini Ue, sull’ammontare del conto del divorzio, sul periodo di transizione. In cambio ha ottenuto il diritto a negoziare trattati commerciali con Paesi terzi in vista di Brexit.

Il Regno Unito potrebbe anche fare una concessione più significativa, decidendo di restare nell’unione doganale, vista la posizione che sta emergendo nella Camera dei Lord e nel Parlamento, proprio per risolvere la questione irlandese. Ma molto dipenderà dagli esiti delle elezioni amministrative in Gran Bretagna del 3 maggio.

Paola Notari – Gaetano Palombelli